venerdì 30 aprile 2010



Un'urna
uno scrigno
una porta socchuisa,
non un riflesso delle cose
che mi sia gemello;
io non ho confini
ma mi limito
da solo;
come le meraviglie immobili che si aprono
per mano altrui
io devo avere
un sussulto alla mia destra
per zampillare poesie,
ma se nessuno bussa
indiscreto
peggio di ogni arnese costruito rimango,
da solo
con la mia inutilità






giovedì 29 aprile 2010

Se ti occostassi
ai miei occhi
vedresti riflessi
di onde già passate,
rabbie imbavagliate
che si rotolano convulse,
stanno solo imparando a perdonare;
vedresti ragazze
che baciano il sole
con le chiome di aprile arricciate,
corrono e ti guardano fredde
di te non ne hanno bisogno;
vedresti qualche ruga
di un uomo che non ha più memoria:
sono suoi gli occhi che ti fissano
immobili e non vedono più nulla;
vedresti i sorrisi dolci di chi mi voleva rapire
e i sorrisi tristi di chi mi credeva scappata;
vedresti la malinconia delle estati
e la neve che brontolava d'inverno,
vedresti una paura ignota
che rimbomba come un'eco
e la piuma sottile
che porto sulle labbra che è sempre una poesia.

Se il mondo si riducesse
a una lunga notte
le anime vagherebbero
come lanterne d'inverno.
vedresti teste assonnate
che guardano il cielo sbigottite,
stirpe di braccia deboli
e città morte,
via le sirene
proibiti i desideri,
la nebbia salamastra
nelle piazze
dove qualcuno ha buttato una scarpa;
se fosse sempre notte,
io rimarrei lo stesso
anche se non ci fossero
i pazzi a guardami vagare,
io sarei comunque
il forestiero.


Temo l’uomo di poche parole -
temo un uomo che tace -
l’arringatore – posso superarlo -
il chiacchierone – posso intrattenerlo -
ma colui che pondera
mentre gli altri spendono tutto ciò che hanno -
di quest’uomo diffido -
temo ch’egli sia grande.

(Emily Dickinson)


FAME DI HAMSUN KUNT

Esistono ancora delle belle scoperte, degli autori che non conosci e dai quali non ti aspetti nulla che invece sanno darti emozioni e ti fanno appunto scoprire delle realtà, delle storie che segui fino alla fine, rimpiangendo che siano finite una volta che chiudi un libro. Il protagonista di "Fame" è una specie di precursore, un antenato, dell' ormai famoso Arturo Bandini di John Fante. O il suo gemello, tanto gli assomiglia: giovane scrittore alle prime armi, povero, solo, vagabondo, capace di bizzarri gesti di generosità ma anche di scivoloni che gli fanno rischiare la vita e la reputazione; e si potrebbe continuare all'infinito nel descrivere questo spavaldo e tenero anti-eroe, che in poco tempo si ritrova al verde e patisce la fame ma riesce ad aver la forza per scrivere articoli sui giornali che gli danno da mangiare, finisce per passare una notte in prigione come senzatetto ma ha ancora la forza di prendere il giro le ragazze per strada, fa compassione ai ricchi e mangia legnetti per non sentire i crampi della fame ma riesce a far innamorare una ragazza che a malapena sa il suo nome, non ruba e non chiede l'elemosina, ma se gli passa qualcuno a fianco ha ancora la forza di chiedergli del tabacco. Un personaggio memorabile che si aggira in una città immaginaria (ispirata a Oslo, la città natale dell'autore) spettatrice muta e non partecipe della sua vita sfortunata senza futuro. Il libro non ha moralismi, non offre spunti di riflessione sulle tematiche difficili che affronta (la povertà, l'egoismo dei borghesi, la giovinezza, la ricerca della felicità, il talento)ma semplicemente li usa come ingredienti per raccontare una storia come tante, senza colpi di scena, con un finale aperto che ci conduce solo a un'ennesima tappa, un inizio di una nuova disavventura, ma che ha la capacità di entrarti nel cuore come un pugno. Una tragedia che commuove ma non riesce a rattristare, grazie alla forza della sua scrittura Hamusun riesce a creare un personaggio unico del suo genere, qualcuno che per quanto disperata sia la sua vita, ti auguri di avere il suo stesso coraggio e la sua stessa ironia se un destino così brutto ti capitasse in sorte. Impossibile non capire quanto autobiografica sia una storia così sentita e sincera e se consideriamo che è stata scritta ai primi del novecento, è facile immaginare l'impatto che abbia avuto con il suo realismo e la sua crudezza. Realismo e crudezza che a distanza di un secolo rimangono intatti a incantarci.

I GRUPPI PRO-ANA

Ho sempre pensato che la frase "chi fa la legge fa l'inganno" sia verissima e facilmente applicabile a qualunque tecnologia che sia emersa negli ultimi anni e internet ne è la prova vivente e concreta, con tutti i suoi siti pro-violenza e pro-ignoranza, mascherati e non. I gruppi Pro-ana sembrerebbero gli ultimi arrivati, ma in realtà esistono da tantissimo tempo in rete, e le loro giovanissime fautrici-seguaci sono tantissime, invisibili o quasi nella vita quotidiana, quella reale, che si vive lontano dai pc, ma che sulla rete si parlano, si confidano, si scambiano idee, commenti e consigli. Nulla di male se la cosa che le accomuna non fosse una delle malattie più pericolose tra le adolescenti: l'anoressia. Decine di blog, profili su facebook e siti di ragazzine che sono a favore e lodano, amano, seguono come adepte drogate di una setta questo malessere fisico e mentale che diventa cronico e può portare alla morte. "Devi sentirti in colpa se mangi" "Come vomitare senza che la tua famiglia lo scopra"e così via......queste le continue discussioni che si possono leggere su questi siti-blog. Un continuo susseguirsi di noiose descrizioni sulle calorie ingerite e poi buttate nel gabinetto, racconti tristi di giornate passate davanti allo specchio, slogan assurdi sulla volontà di dimagrire, deliri aggiornati regolarmente, siti che rimandano a siti, una specie di ghetto, una catena, che si trascina dietro tanto squallore, noia e dolore. Guai a scrivere alle autrici qualche consiglio alternativo, come la fiera accettazione di se stesse, la possibilità di parlare con un adulto, la consapevolezza di avere un problema e di volerne uscire: tutte parole buttate al vento, vecchie, che sanno di stantio; queste ragazze vogliono rimanere chiuse nel loro mondo distorto. Viene logico domandarsi perchè, se sono fiere di quello che sono, passino il tempo a pubblicare il loro orgoglioso disagio, seppure in maniera anonima, su un mezzo di comunicazione che viene usato anche da chi potrebbe aiutarle come adulti, parenti, amici; secondo me è un chiaro meccanismo psciologico non diverso da chi sa di fare un errore, ma preferisce farlo sapere agli altri per vie indirette, in modo da avere una remota via d'uscita. In poche parole, a mio giudizio, sono persone che hanno bisogno di una cosa sola: essere beccate. Solo così può iniziare per loro la guarigione, il lento processo di diventare grandi. Scrivere qualcosa su internet non è poi così diverso che pubblicare un annuncio su un giornale, che, anche se non viene firmato, viene letto da tutti. E credo sia anche un paradosso che la nostra società sbagliata, prima colpevole della nascita e della diffusione di questa malattia, abbia creato un mezzo che venga usato da queste vittime per chiedere inconsapevolmente aiuto.

CHE FINE HA FATTO LA DONNA?

Questa è la domanda che m'è sorta spontanea guardando questo bizzarro esperimento cinematografico di Alex Infascelli chiamato "H2Odio".
Distribuito direttamente nelle edicole nel 2006, senza passare per le sale, è un prodotto indipendente che si discosta parecchio, per linguaggio e scelte visive, dal panorama italiano dei film d'autore. L'imput è intrigante: cinque ragazze si isolano per una settimana in una villa sul lago, di proprietà di una di loro, per un digiuno, una specie di ritiro spirituale, per trovare se stesse. Unica sostanza permessa da ingerire è l'acqua, simbolo millenario di purezza e purificazione. Le ragazze sono presenze decise, belle e di carattere, per nulla stereotipate e il gruppo sembra omogeneo; solo da Olivia, la protagonista, traspare da subito una fragilità cronica e un passato pieno di ombre. Il film passa dall'introspezione più lenta e soporifera, per poi virare su atmosfere più cupe, confuse, angosciose fino al classico finale horror-psicoanalitico, climax del malessere di Olivia, che da anello più debole del gruppo, prima soccombe alle cattiverie delle compagne e poi emerge da eroina squilibrata. Se è il traguardo finale, che si accosta molto ai vari "The ring" "Two sisters" ecc....., a deludere lo spettatore, è lo stile narrativo a colpire al cuore in questo percorso di emancipazione e iniziazione al negativo, con le sue tappe fatte di flashback sconclusionati, dialoghi ridotti all'essenziale, ambiguità e fotografia rarefatta; sullo sfondo la natura anonima, altra presenza femminile per eccellenza, che è rigogliosa e spettatrice, ingrigita come i volti delle protagoniste che sembrano emergere da una giornata di pioggia.
Ma H2Odio ha in sè ben altre tematiche lasciate in sospeso che sarebbe interessante approfondire: anzitutto richiama, e non poco, il tema del bullismo al femminile, dove è il gruppo, forte e maligno, che trama alle spalle del singolo più debole, smanioso di essere accettato, lo isola, lo ignora, lo tradisce, obbligandolo a far emergere il proprio lato oscuro (che siano la codardia o la violenza poco importa). Non è quindi un ritratto confortante quello che il regista fa dell'emancipazione femminile: le donne forti e decise sono crudeli, egoiste e finiscono per perdere, la donna buona per sopravvivere deve far leva sulla parte negativa di se stessa, che è estrema e derivata da un trama infantile in questo caso, ma tra le righe non è difficile scorgere un discorso più generalizzato. Non c'è da stupirsi che sia un uomo a raccontare questo dramma: la sua è di sicuro una scelta, quella di mettersi in disparte e lasciare che siano le donne a farsi male da sole, cosa che il gentil sesso purtroppo è bravissimo a fare da sempre. Infine ritroviamo il tema del doppio, usato e abusato dal cinema fino al dèjà vu, che qui proviene da un fatto avvenuto ancora prima dell'infanzia, cioè durante la gestazione: la sindrome del gemello scomparso, cioè quel sentimento di perdita che il gemello sopravvissuto si trascina dopo la morte del fratello durante la gravidanza. Chi sopravvive si nutre, all'interno del corpo della madre, dell'altro, inglobandolo. Una spietata legge della natura, quella del più forte, "mors tua vitae mea", che qui purtroppo è vista in chiave violenta e non risolta. Peccato usare questo espediente medico-psicologico per trovare un finale scioccante a un film che dava, dal punto di vista contenutivo, ben altri spunti.

Resta fuori giorno

Resta fuori, giorno,
non bussare alla mia porta,
non ancora,
non destarmi dai miei sogni tristi,
ancora è presto,
il sonno riposa sicuro nel mio letto caldo,
ancora non è tempo per farlo alzare
e cacciarlo via, come un'amante troppo bella,
che non è degna di restare.
Concedi un'altra ora al buio,
dargli tempo per fuggire
e nascondersi da te,
un giorno intero davanti a me
senza di lui e la sua seta,
che si posa ogni notte sulle mie fatiche
mentre tu rovesci venti gelidi sul mio viso
quando mi affanno per le strade cercando il mio cammino.
Resta fuori, ancora non sono pronta
per venirti incontro.

Resta fuori, giorno,
quanto chiasso ti porti appresso,
quanti volti freschi rincorri alla mattina,
li vedo stremati ogni sera, camminare sotto il tuo peso,
supplicando un pò di pace,
mentre sognano l'oblio che tu non sai dare.

Resta fuori, giorno, per tutto il giorno,
oggi non sei il benvenuto,
non ho la forza di cercar risposte
e accantonare i sogni che vivono di notte,
non posso alzare la testa e guardarti in faccia
se tu mi volti la schiena, quando ti chiedo un favore.

Resta fuori, giorno,
voglio abbandonarmi al nulla,
e far vincere l'ozio,
voglio pensarti lontano,
come un porto nella nebbia,
che non vedrà per molto la mia ombra.

Resta fuori, giorno,
aspetta tu questa volta,
forse domani ti lascerò entrare.
.......Una ragazza che impara a scegliere,
un uomo che osserva e ricorda,
una vecchia che spera
e prova a perdonarsi,
un'anima forte che trova una strada
e una donna che non piangerà più:
se noi tutti fossimo
dal lato giusto del mondo
dove le preghiere non servono
perchè esiste il coraggio,
i nostri errori
sarebbero pagine già voltate;
ma non saremmo uomini
se la paura non ci camminasse a fianco;
i passi sicuri sono ancora da fare
e la storia ha ancora
diari da scrivere,
e da questi difetti
più pesanti di noi,
domani,
partirebbero sogni potenti
come riflessi di specchi
a trafiggere il futuro......

UN LIBRO






UN LIBRO E'

UNA PERSONA SPECIALE CHE ATTENDE,

UN CUORE FIDUCIOSO CHE SA INCANTARE GLI ELETTI

UN MAGO CHE RICONOSCE I SOGNATORI

UN SATELLITE DIMENTICATO CHE SCATENA FULMINI

UN LETTO DI ROSE CHE PROFUMA DI SOLE

UNO SPECCHIO DIPINTO

UNA FONTANA DI PROMESSE

UN MONDO SU OGNI NUVOLA

CHE RESPIRA I NOSTRI SOGNI

UN LIBRO E' SOLO

IL TEMPO CALMO DEGLI UOMINI.










Come un cuscino
pieno di meraviglie ti tengo,
sotto gli strati caldi
dei miei sussurri,
ti ho reso così custode
ogni notte
dei miei tremori
e dei silenzi
che mi parlano;
come una parola segreta
che fa magie nella mia bocca
sei rimasto,
una perla azzurra
di una grotta nascosta
che il mare insiste a ignorare;
non importa quanto il cuore sarà colmo
e stanco, e se della tua immagine
sono piene le menti di chi ti ha conosciuto;
tra tutti quelli che ti sognano,
vorrei mi ricordassi
come quella che non ti scorda.

giovedì 15 aprile 2010

PREGHIERA IRLANDESE

TROVA TEMPO PER LAVORARE
è il prezzo del successo

TROVA TEMPO PER PENSARE -
è la fonte del potere

TROVA TEMPO PER GIOCARE -
è il segreto dell'eterna giovinezza

TROVA TEMPO PER LEGGERE-
è il fondamento della saggezza

TROVA TEMPO PER SOGNARE -
è attaccare il tuo carro a una stella

TROVA TEMPO PER L'AMICIZIA -
è la strada della felicità

TROVA TEMPO PER AMARE E ESSERE AMATO -
è il privilegio degli dei

TROVA TEMPO PER GLI ALTRI -
la giornata è breve per essere egoista

TROVA TEMPO PER RIDERE -
è la musica dell'anima






LA FINE DEL MONDO
















Non me le vedo
le genti
tutte unite
a chiedere perdono
e aiutarsi,
sarebbe la fine di tutto
se i rumori cessassero davvero
e si cominciasse a pensare;
la natura no,
rimarebbe uguale,
a lei
nessuno deve dir nulla,
se fossero i cieli a rovesciarsi e a cadere
e i popoli a scappare
sarebbe sbagliato:
meglio farli tacere
questi animali
che chiamano uomini:
parlano tra loro
perchè la terra li ignora
e si credono padroni
di un posto che non piange mai
quando muore il loro seme.
La fine non ci sarà
per chi ancora deve nascere
e il silenzio è già lì
che li attende tutti
al varco.
.........Se sono le parole
e la poesia
a rendere pazzi
chiederei un diluvio
di versi a benedirmi ogni notte
perchè ho ancora
in bocca i bianchi proverbi
di chi mi invoglia a salvarmi;
se la follia fosse oro
ruberei affamato come i rapaci;
le strade strette si fermano,
le mie le ho sempre viste
tremare davanti ai bivi,
e se è l'ardire
a mancarmi
aspetto la pioggia
con i miei sbagli
per farmi camminare almeno una volta
qualche metro
più alto della terra.

dedicata a mio padre

Che forma hanno i colori
dalle tue parti?
dove riposi tu
tutto è penombra
come in una stanza
dai letti ricoperti di veli,
le tue giornate piene di nuvole
le tue mani trasparenti
che stringo ogni volta con baci sempre più stanchi
i tuoi sogni
sono corridoi vuoti
con mormorii sordi.
Siamo due arresi
che si guardano in faccia,
uguali a mille altri
nati dalla stessa sorte,
siamo parole bianche
che non si possono più scrivere,
non c'è poesia nell'oblio
è solo la tua vita racchiusa
come una conchiglia
che bisbiglia
io e te
a camminare insieme
tra quei corridoi
sembriamo solo anime
che sanno rimanere vicine.

mercoledì 7 aprile 2010

CORPI

Respirano e piangono
lenzuoli, piaghe e chiaroscuri
su cui la vita traccia le sue mappe;
li vedo
su letti segreti
istantanee di luna che strisciano
blu e passione
che si muove e odora
di loro;
li vedo nell'acqua
bianchi e timidi, i nervi tesi a cogliere le onde,
ridono come bambini
pieni di brividi;
li vedo adagiati di notte
persi e servili ai sogni
mentre tremano indifesi;
li vedo
doloranti di morte
e trasparenti,
che il tempo ha prosciugato
gli slanci pulsanti di orgoglio;
li vedo abbruttiti e rigogliosi
li vedo,
come ninfee
hanno in sè
impronte di dei.

UN'ORA SOLA TI VORREI

Un'ora sola ti vorrei. Una canzone di Fedora Minganelli, reinterpretata recentemente da Giorgia.
Una frase malinconica e suggestiva, che racchiude un sogno, mille ricordi e amarezze. E' questo il
titolo scelto da Alina Marazzzi per la sua opera seconda, un documentario-biografia, ricavato da
lettere e video privati, che racconta un fatto di cronaca semi-sconosciuto e, al tempo stesso, la
tragedia che ha colpito la sua famiglia: il suicido della madre Liseli Marazzi Hoepli, figlia del
famoso Ulrico Hoepli, fondatore della omonima libreria. Il documentario è la storia della madre,
raccontata in prima persona, dalla infanzia alla vita adulta, tramite immagini, video, foto di
famiglia, in rigoroso bianco e nero, corrispondenze epistolari con amiche, cugine, e ancora
frammenti di diari personali, note, appunti. A dare voce a questa donna fragile, insicura, romantica, quasi dimenticata, è proprio la figlia Alina, che riesce a ordinare una vita intera in un perfetto collage temporale. La “sceneggiatura” è reale e scritta dalla vera protagonista, la donna che vediamo non è un'attrice ma la vera madre di Alina. Chiamarlo film è quindi davvero inadeguato. E' solo una storia, quella di Liseli: l'infanzia spensierata tra filastrocche e gite, pranzi in campagna, ville e giochi, in un'Italia felice e pulita, ormai lontanissima, l'unica ombra, sebbene accennata sembra l'amore, eccessivo e mai corrisposto pienamente verso i genitori, rigorosi e distratti; con l'arrivo della adolescenza la malinconia e il senso di inadeguatezza peggiorano, le lettere e le pagine dei suoi diari si infittiscono di domande, dubbi, paure, nonostante la sua intelligenza, la sicurezza economica e il futuro roseo che l'attende. Con l'età adulta iniziano i passi decisivi che la rendono donna: l'amore corrisposto, il matrimonio, i figli, il trasferimento in America. Ma la felicità sembra un traguardo lontano e difficile; le responsabilità sono troppo grandi, le aspettative degli altri che pesano, senso di estraneità, sorrisi e i baci davanti alla telecamera che si scontrano con le parole tristi e angoscianti delle lettere e dei diari. La depressione è il gradino successivo. Siamo negli cinquanta, e per Liseli, non ancora trentenne, bella, ricca, amata, si aprono le porte di istituti psichiatrici, terapie, medici, farmaci. Sono le tetre cartelle cliniche e gli ingialliti reperti medici a raccontarci anni di tentativi e fallimenti, di notti insonni e tremori, errori e lacrime. Il rientro in Italia, che sa di rassegnazione, la famiglia delusa e confusa davanti a un figlia instabile e incapace di stare al mondo, tutto scorre davanti a nostri occhi. Per questa ragazza sognante e sbagliata non vediamo via d'uscita. Lei nemmeno. E' un articolo di giornale a darci la sentenza: a trentatrè anni Liseli si getta dalla finestra. Un altro tentativo disperato, riuscito. Cosa è rimasto dentro Alina, la figlia sveglia e brillante, ora affermata regista della donna che l'ha messa al mondo? Cosa ne pensa la famiglia di una vita persa e ripiegata su se stessa? Domande che rimangono a noi, perchè non ci sono commenti, né cinegiornali, le telecamere non indagano: abituati alla televisione del dolore e alle lacrime plateali, si rimane sorpresi e amareggiati dal silenzio rispettoso che brucia e fa pensare.
Questo è uno tanti meriti che porta con sé quest'opera innovativa e insolita, fatta di intimità, meriti e scelte artistiche che scopriamo dovunque: non c'è traccia della celebrità e del patrimonio degli Hoepli, se non qualche accenno sporadico, potrebbe essere la storia di chiunque; grazie alla voce fuori campo il pubblico si identifica con la protagonista, che rimane purtroppo chiusa nel suo
mondo, un mondo che rimane sempre sullo sfondo, che non entra mai completamente nella sua vita, gli altri sono spettatori, destinatari, nemici, estranei con cui scusarsi, figli e marito compresi.
L'opera è la fine di un percorso doloroso di una figlia, che diventata adulta, accantonata la rabbia e l'incredulità, ricerca e tenta di capire, esamina, ama e rende omaggio a una donna disperata ma capace di dichiarare al suo uomo “Amore non ti lascerò desiderare nulla perché tutto, tutto quello che ti potrò dare, non te lo darò nemmeno: sarà tuo subito” . Un'ora sola ti vorrei è una frase come tante: un sogno di una figlia rimasta orfana, una preghiera di una madre verso una felicità e un equilibrio mai trovati. E' senz'altro qualcosa che ti colpisce al cuore.

martedì 6 aprile 2010

ANAIS E HENRY

Avevo passato tutto il pomeriggio in biblioteca. Non mi ero accorta dell'ora tarda e nemmeno del
cielo scuro che dalle vetrate entrava minaccioso nel salone centrale. Ero così assorta che sussultai
quando la bibliotecaria mi disse gentilmente che era ora di chiusura. Uscita dal caldo torpore e dal silenzio sacro di quelle sale, sentì un brivido di freddo e mi incamminai verso casa. La strada più breve attraversa il bosco. Di solito era pieno di gente ma a quell'ora non c'era nessuno. Tutto era avvolto dall'oscurità. Stranamente non avevo paura e il freddo che mi aveva assalita all'uscita della biblioteca era sparito. Camminavo a testa bassa, lentamente, facendo attenzione a non cadere. Il buio mi avvolgeva caldo come un mantello, e il nero pece che mi circondava pareva velluto. Piano piano i miei passi iniziarono a farsi più sicuri, e smisi di guardare per terra alla ricerca di probabili ostacoli. Pensavo ai libri che avevo letto quel pomeriggio: racconti di Anais Nin e Henry Miller. Mi aveva colpito la sfrontatezza e la sincerità di quegli scritti; la sessualità era molto presa sul serio in quell' epoca, era parte integrante della vita di ogni adulto, se ne parlava spesso senza vergogna né ironia, e raccontata da illustri scrittori poteva trasformarsi in un'opera d'arte, in qualcosa di vivo, violento e pulsante. Rimpiansi di non essere nata in quell'epoca di scandali e creatività. La sessualità vista con gli occhi della mia epoca non aveva sapore, non c'entrava con la poesia.. La gente non è più sincera con se stessa, pensavo. Iniziavo ad essere stanca e anche un po' irrequieta. I miei pensieri erano rimasti ai quei libri. Trovai, non so come, una panchina e mi ci sedetti. Mi rendevo conto di essere una pazza completa: rimanere lì seduta al buio, lontano da tutti, chiusa in sogni inconcludenti. Anais e Henry, gli amanti, gli esploratori del piacere e dell'arte, i ribelli.....cosa c'era di loro in me?Mi sdraiai a pancia su; dai rami del bosco entrava la debole luce della sera; sentivo l'aria sfiorarmi il viso. Henry e Anais, la forza bruta e la femminilità, l'esperienza della passione e la curiosità della giovinezza, Henry la guida esperta, Anais l'allieva febbrile, libri e sessualità, parole e piaceri, mani che scrivono, mani che si avvicinano, io che osservo da lontano, un uomo e una ragazza, una barba e un cappello, una ciocca nera e un reggicalze, lui le accarezza il viso, lei freme e desidera, sussulta e abbassa gli occhi, lui la sente già sua, deve solo andare piano, lei deve solo imparare a camminare, poi correrà, sempre più veloce.
Henry la guarda, le percorre il corpo con la mano destra, la sinistra è già ferma e stretta, per
stringerla. Cade qualcosa per terra e si rompe, uno specchio? Un vaso, una penna che rotola verso il letto? Lei abbassa la testa, non abbastanza per scappare delle labbra di quell'uomo, vecchio di secoli mentre lei sta per nascere. I vestiti sono per terra. I corpi si allacciano, vedo gambe chiare, gambe imperfette che si muovono, lui è sopra di lei, il movimento lo riconosco, antico quanto il mondo, bello e potente, che ogni uomo sa fare, le urla e i gemiti sono carezze per le orecchie, la stanza è piccola e brutta, ma piena, di libri, di vita, di anni, di calore; i gesti più veloci, una mano sulle natiche, di entrambi, la carne si contrae, si contorce, si fa piega, la mano, la mia, dove Anais riceve la mela proibita, io mi riscaldo e spingo, dove Henry si fa largo, getta in un angolo vergogne e sottointesi, spoglia la donna, schiava di doveri e convenzioni, il'uomo con la violenza genera e ama, la donna lo accoglie, lo lava con il miele, lo assapora ad ogni spinta, lo rinchiude e lo tiene per sé.
La violenza è quello che vogliono, la forza, che espande il desiderio, che fa tremare le gambe, che
fa arrossire le guance. Lo sentiamo, io e lei, la potenza dell'uomo dentro di noi, lei reale, il mio
sognato, creature appagate, entrambe dai palpiti che ci smuovono all'unisono. Lei rimane avvolta
nella nuvola, tra le braccia cariche di chi la ama e la vuole seguire, io ancora in attesa, nella notte,
del mio risveglio.

Dello stesso genere : "Lo Straniero"

.....SCRIVERE.....


SCRIVERE E' BACIARE
INSINUARE CORTESE SEGRETI DA CELARE

SCRIVERE E' REMARE E INDICARE
QUANDO GLI ALTRI NUOTANO E PERDONO LE ROTTE DA SEGUIRE

SCRIVERE E' VIVERE
NON RINUNCIARE O CONVINCERE SE STESSI
DI SAPERSI ACCONTENTARE

SCRIVERE E' METTER MANO AL CUORE E GLI OCCHI SULL'ANIMA
E PIANGERE


SCRIVERE E' DAR FORMA A DOLORI CHE NON MUOIONO

SCRIVERE E' COSTRUIRE IN ALTO
SULLE BASI CHE LA VITA CI HA DATO

SCRIVERE E' SALVARE VITE CHE SI CREDONO GIA' PERSE

SCRIVERE E' DARE SPERANZA A STORIE SENZA USCITA

SCRIVERE E' AMARE DA VICINO
PUR ESSENDO LONTANI

SCRIVERE E' DARE OMAGGIO,
RINGRAZIARE E CONFORTARE

SCRIVERE NON E' RENDERE MANSUETI
E' INSEGNARE

SCRIVERE E' UN AGIRE
NON SOLO UN PENSARE

SCRIVERE E' UN APPIGLIO
UN ORGOGLIO, UNA FEDE

SCRIVERE E' UNA STANZA
PIENA DI PORTE E FINESTRE
MA SENZA OMBRE

SCRIVERE NON E' PARLARE:
LE PAROLE UDITE COLPISCONO
LE PAROLE LETTE PENETRANO

SCRIVERE E' UN DIAMANTE,
UNA FATA NASCOSTA CHE FA SORTILEGI

SCRIVERE E' PUNTARE ALLE STELLE
E CERCARE CON OGNI MEZZO DI ARRIVARCI

CASA DI VENTO


Casa di vento, di ombre e neon,
pareti di fumo azzurro e parole strozzate,
notti di lacrime e rancori,
un bimba in fondo al corridoio che ascolta.
le voci adulte che tremano,
lei non capisce perchè tremano,
perchè non sanno cosa fare.
da allora i passi non sono più sicuri,
una fredda neve nera che vive in lei,
l'hanno lasciata nella casa di nebbia,
sola e senza voce,
lei ascolta ancora
dove una volta si parlava di notte,
quando non faceva così freddo tra i muri,
sente i pianti dei due vinti
che non sanno parlarsi,
adesso è spento il neon e il fumo è dappertutto,
le voci tacciono
è lei che potrebbe parlare
ma ancora ascolta
la notte lontana
la bimba brava che dormiva
i due grandi che si erano persi
con l'amore là in mezzo.