
Questa è la domanda che m'è sorta spontanea guardando questo bizzarro esperimento cinematografico di Alex Infascelli chiamato "H2Odio".
Distribuito direttamente nelle edicole nel 2006, senza passare per le sale, è un prodotto indipendente che si discosta parecchio, per linguaggio e scelte visive, dal panorama italiano dei film d'autore. L'imput è intrigante: cinque ragazze si isolano per una settimana in una villa sul lago, di proprietà di una di loro, per un digiuno, una specie di ritiro spirituale, per trovare se stesse. Unica sostanza permessa da ingerire è l'acqua, simbolo millenario di purezza e purificazione. Le ragazze sono presenze decise, belle e di carattere, per nulla stereotipate e il gruppo sembra omogeneo; solo da Olivia, la protagonista, traspare da subito una fragilità cronica e un passato pieno di ombre. Il film passa dall'introspezione più lenta e soporifera, per poi virare su atmosfere più cupe, confuse, angosciose fino al classico finale horror-psicoanalitico, climax del malessere di Olivia, che da anello più debole del gruppo, prima soccombe alle cattiverie delle compagne e poi emerge da eroina squilibrata. Se è il traguardo finale, che si accosta molto ai vari "The ring" "Two sisters" ecc....., a deludere lo spettatore, è lo stile narrativo a colpire al cuore in questo percorso di emancipazione e iniziazione al negativo, con le sue tappe fatte di flashback sconclusionati, dialoghi ridotti all'essenziale, ambiguità e fotografia rarefatta; sullo sfondo la natura anonima, altra presenza femminile per eccellenza, che è rigogliosa e spettatrice, ingrigita come i volti delle protagoniste che sembrano emergere da una giornata di pioggia.
Ma H2Odio ha in sè ben altre tematiche lasciate in sospeso che sarebbe interessante approfondire: anzitutto richiama, e non poco, il tema del bullismo al femminile, dove è il gruppo, forte e maligno, che trama alle spalle del singolo più debole, smanioso di essere accettato, lo isola, lo ignora, lo tradisce, obbligandolo a far emergere il proprio lato oscuro (che siano la codardia o la violenza poco importa). Non è quindi un ritratto confortante quello che il regista fa dell'emancipazione femminile: le donne forti e decise sono crudeli, egoiste e finiscono per perdere, la donna buona per sopravvivere deve far leva sulla parte negativa di se stessa, che è estrema e derivata da un trama infantile in questo caso, ma tra le righe non è difficile scorgere un discorso più generalizzato. Non c'è da stupirsi che sia un uomo a raccontare questo dramma: la sua è di sicuro una scelta, quella di mettersi in disparte e lasciare che siano le donne a farsi male da sole, cosa che il gentil sesso purtroppo è bravissimo a fare da sempre. Infine ritroviamo il tema del doppio, usato e abusato dal cinema fino al dèjà vu, che qui proviene da un fatto avvenuto ancora prima dell'infanzia, cioè durante la gestazione: la sindrome del gemello scomparso, cioè quel sentimento di perdita che il gemello sopravvissuto si trascina dopo la morte del fratello durante la gravidanza. Chi sopravvive si nutre, all'interno del corpo della madre, dell'altro, inglobandolo. Una spietata legge della natura, quella del più forte, "mors tua vitae mea", che qui purtroppo è vista in chiave violenta e non risolta. Peccato usare questo espediente medico-psicologico per trovare un finale scioccante a un film che dava, dal punto di vista contenutivo, ben altri spunti.
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